Borsellino, Sciascia e i professionisti dell’antimafia

Il 10 gennaio 1987 il Corriere della Sera pubblicò un saggio di Leonardo Sciascia, lo scrittore di Racalmuto che aveva fatto conoscere la mafia agli italiani. L’articolo, in terza pagina, intera, s’intitolava I professionisti dell’antimafia.

Riporto da un articolo di Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica che da 30 anni s’interessa alla Mafia: il saggio di Sciascia ebbe l’effetto di una bomba. La Sicilia si infiammò, l’Italia si divise.

Nell’articolo Sciascia si chiedeva se qualcuno usasse la lotta alla mafia come strumento di lotta politica. E anche per far carriera. Senza cirtarlo espressamente, si riferiva innanzitutto a Leoluca Orlando, che attaccava quotidianamente Lima e Ciancimino.

Scriveva Sciascia: «Può benissimo accadere anche in un sistema democratico che un sindaco cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra. Si può considerare come in una botte di ferro. Chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’ azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marcato come mafioso».

Sciascia critica il bollettino nr. 17 del CSM nella parte dedicata all’assegnazione di Paolo Borsellino (giudice istruttore con Falcone a Palermo) alla carica di procuratore capo a Marsala avvenuta scavalcando altri colleghi che avrebbero dovuto ricevere quell’incarico per anzianità.

A proposito del bollettino del CSM dice Sciascia: «Apprezzabile per certe delicatezze come “la diversa anzianità”, che vuol dire la minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel “superamento” (pudicamente messo tra virgolette), che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto».

Giorgio Bocca difese il procuratore Borsellino ma avvertì: «Il vero torto di Sciascia è di esporre tesi, di muovere critiche, di fare ipotesi che stanno fuori dagli opposti schieramenti, che non collimano esattamente né con i dogmi dell’ Antimafia né con le ipocrisie e le seduzioni della mafia. Seguendo un suo acuto intuito ha spesso indicato ciò che noi non sapevamo o volevamo vedere».

Anna Maria Sciascia, una delle figlie dello scrittore, dice: «Il suo era solo un richiamo alle regole, ce l’aveva con quella direttiva del Csm e con una certa retorica dell’antimafia. Il sindaco Orlando gli stava pure simpatico e a quel tempo non conosceva ancora il procuratore Borsellino. Fu isolato solo perché aveva lanciato una riflessione sull’arbitrio, sul rischio che si creassero centri di potere, sull’intoccabilità dell’antimafia».

Agnese Borsellino, vedova di Paolo, rievoca: «Aveva ragione, Sciascia aveva ragione. Anche Paolo era sconvolto, ma lo sapeva bene di non essere lui il bersaglio di quella riflessione provocatoria».

Agnese aggiunge: «A Marsala, lì avvenne l’incontro fra Paolo e Sciascia, c’ero anch’io e c’era la signora Anna Maria». Pranzarono, risero insieme. «Paolo lo chiamava maestro, era felice. Gli disse: “Ho capito la mafia sui suoi libri”. Si misero a chiacchierare, è come se si conoscessero da sempre. Non è vero che in quella occasione ci fu una riconciliazione: non è vero perché fra i due non ci fu mai una frattura, nemmeno quando uscì quell’ articolo».

La vedova del procuratore scuote la testa, mormora: «Leonardo Sciascia vent’anni fa aveva capito tutto prima degli altri».

Borsellino e Sciascia

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