Giovanni Falcone e l’emergenzialismo

Passaggio del libro “Per non morire di mafia” di P. Grasso, pag. 78.

“Falcone era certamente il nemico numero uno di Cosa Nostra, ma era inviso pure a tanti centri d’interessi, anche istituzionali, contrari ai suoi progetti di riforma. In sostanza, era diventato un magistrato scomodo per il suo impegno nel recupero totale della legalità che, evidentemente, urtava gli interessi di troppa gente. Falcone non era solo un magistrato integerrimo, ma stava assumendo il ruolo di paladino di una stabile e concreta strategia globale antimafia. Detestava la logica dell’emergenza. Riteneva che il fenomeno andasse affrontato con interventi decisi e misure drastiche, e attraverso nuove strutture altamente specializzate di coordinamento delle indagini nell’ambito sia della magistratura sia della polizia giudiziaria. Falcone non si sarebbe mai accontentato di un ridimensionamento dell’organizzazione mafiosa. Il suo obiettivo era aggredire proprio quella specificità che faceva di Cosa Nostra uno dei soggetti partecipanti al sistema di potere. Ecco perché la sua presenza risultava ingombrante proprio per il potere. Ecco perché i mafiosi non furono i soli a sentirsi danneggiati dalla sua azione passata e presente e insidiati dai suoi progetti per il futuro. La stessa cosa si può dire per Borsellino, chiamato a raccogliere la pesante e pericolosa eredità del suo amico e collega.”

Giovanni Falcone

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